A proposito del presepe

presepe

Premesso che intervengo solo perché sono stato interpellato più volte in questi giorni sia da alcuni parrocchiani e sia da giornalisti desiderosi di conoscere una posizione ufficiale del parroco sulla vicenda, ritengo innanzitutto che oggi i problemi principali  della nostra cittadina di Leinì e del nostro Stato Italiano siano ben altri rispetto a “presepe sì, presepe no”, e siano la mancanza di lavoro,  la sfiducia nel futuro e nelle istituzioni, la solitudine dilagante che porta anche a fenomeni di violenza, le strade che sono ormai un colabrodo, la mancanza di risorse per il welfare, e potremo andare avanti con l’elenco.

E quando i punti fermi sociali cominciano a vacillare o venir meno, forse ci si arrabbia e si sta male quando anche i punti di riferimento culturali e religiosi, che credevamo come intoccabili e incrollabili, vengono messi in discussione o non sono più riconosciuti come tali.

Il problema “presepe sì, presepe no” è un problema che ciclicamente emerge in questi ultimi anni, a macchia di leopardo nella nostra Italia, ed è abitualmente collegato e giustificato con il rispetto per le minoranze religiose presenti nella nostra nazione.

Fermo restando che non conosco direttamente e a fondo tutti i contorni della vicenda leinicese se non “dal sentito dire” e da alcune cose lette di qua e di là, penso che oggi le minoranze religiose non ci chiedano di abolire il presepe (verso il quale, fra l’altro, il mondo ortodosso e mussulmano, presenti nella nostra città, hanno con sfumature diverse un nobile rispetto) ma ci chiedano innanzitutto accoglienza, dialogo e pane.  Valori che abbiamo sempre chiesto e continuiamo a chiedere a chi ci ospita quando gli stranieri nel mondo siamo noi.

Inoltre ho sempre sostenuto che paese che visiti o abiti, consuetudine e usanza che trovi e che devi accettare. E non viceversa. Dico questo con un po’ di bagaglio di vita maturato. Perché dopo i numerosi pellegrinaggi e viaggi, che ho fatto sia in Turchia che in Israele, in Giordania e nel Sinai, la Cina o la Russia di venti anni fa, “per me è sempre stato scontato il doversi adeguare a casa d’altri” e quindi togliersi i calzari o coprirsi il capo quando si entra in un luogo religioso e sacro, o in alcuni contesti non poter esporre segni identificativi, o in alcuni luoghi neppure poter celebrare la messa.

E così è stato nei quasi tre anni passati nell’Amazzonia Brasiliana, dove la prima regola insegnatami è stata quella di ascoltare, non giudicare e rispettare le altre espressioni religiose che erano lì da più tempo e ben più radicate e profonde del mio semplice modo di vedere.

Quindi non riesco a spiegarmi perché in Italia, in alcuni contesti, in nome di una tolleranza (a volte finta) e di un’accoglienza (sovente buonista) si porti avanti invece l’idea che quella che si deve adeguare sia la maggioranza e non la minoranza.

Il nostro stato italiano ha ancora, grazie al cielo, delle istituzioni che sono a seconda della storia e dei ruoli o laiche (nella piena positività e nobiltà del termine) o marcatamente confessionali. Questo è il frutto della democrazia e del dialogo. Forse scandalizzerò i ben pensanti, ma penso che prima di chiedere a un’istituzione laica delle scelte che possono passare o essere interpretate come confessionali, si debba chiedere all’istituzione laica che sia innanzitutto laica e non laicista, e quindi, “priva di pregiudizi” atteggiamento di una laicità vera.

E poi non posso chiedere all’istituzione, qualsiasi essa sia (scuola, associazione, parrocchia, oratorio,..) che magicamente faccia quello che io le ho (a volte tacitamente) delegato perché non ne ho più il tempo o le motivazioni. Quindi, prima di chiedere a un’istituzione il perché fa o non fa un presepe, dovrei chiedermi se anch’io sono uno dei tanti cristiani che a casa propria ha sostituito il personaggio principale del presepe con il babbo natale. E se gridiamo allo scandalo di fronte a “presepe sì, presepe no”, allora proviamo a chiederci come cristiani difensori delle proprie tradizioni e che desiderano educare le nuove generazioni, come abbiamo ridotto la vigilia e la festa di Tutti i Santi (tanto per citare una delle feste più importanti del patrimonio cristiano). Anzi, abbiamo fatto di meglio. Siamo riusciti perfino a svuotare una tradizione anglosassone (All-Hallows-Eve) dei suoi migliori significati e portarla a casa nostra come un carnevale posticipato e adattabile a tutte le età. Ma qui nessuno grida allo scandalo, ma anzi, si alzano le spalle e si fa un sorrisino complice e imbarazzato!

don Pierantonio Garbiglia, parroco di Leinì